domenica 2 giugno 2019

L'UNICO FRUTTO DELL'AMOR







No, non è la banana. 
In questo caso il mio frutto dell'amore sono le fragole, che poi sono anche il frutto della stagione. Dopo questa disambiguazione, è il caso che vi racconti come stanno le cose. Sapete che a Erebor ho creato una piccola area destinata al fragoleto. Iniziato un po' per gioco, sempre fedeli al motto del mio bisnonno "se est, est; se non est, non est", il mio piccolo campo di fragole quest'anno è un vero successo, un trionfo di gioia e di soddisfazione!






Tanta, tanta soddisfazione! Avevo iniziato, come sapete, lo scorso anno con poche piantine di fragole, acquistate un po' al supermercato e un po' al consorzio. Erano 12 ed erano così piccole che quando le ho piantate, dopo avere scelto ponderatamente dove metterle a dimora, mi sembravano tanto tenere. Chissà se sarebbero cresciute. A quel punto ho iniziato un po' a documentarmi e ho scoperto molte cose inattese su queste dolci piantine dai frutti rossi:
1- hanno un altissimo potere antiossidante
2- contengono calcio, ferro, magnesio e fosforo e vitamina C
3- sono irresistibili con la panna (ma per questo non era necessaria alcuna ricerca...)


Per quanto riguarda la coltivazione, brevemente, per la mia esperienza, ho notato che l'uso di un buon pacciamante (io ho usato della paglia) aiuta a mantenere il terreno umido, come piace a loro e, sempre sulla mia pellaccia, ho sperimentato che se la paglia non è trattenuta da qualcosa (io ho usato dei tronchetti di legno) vola che è una bellezza in un giorno di vento. 

Alcuni mesi dopo averle piantate, ho notato che le piantine si stavano letteralmente moltiplicando per stoloni:


dalla pianta madre, si sviluppano dei rami che, dopo la fruttificazione, si accrescono in orizzontale sopra il livello del suolo. E quando il nodo di uno stolone tocca terra, prima emette radici, poi sviluppa una nuova piantina che conserva tutte le caratteristiche della pianta madre. In questo modo le piantine di Erebor si sono quasi duplicate, tanto che, ad oggi, posso contare stoloni di 4° generazione!







La faccenda degli stoloni mi ha incoraggiata molto: ho pensato che fosse un segnale chiaro del fatto che le piantine gradivano quella posizione e che si trovavano a loro agio, tanto da riprodursi.
Poi... un altro segno: i fiori!



E si sa che dove c'è il fiore, ci sarà il frutto.
Ora che ammiro tutte queste bellissime fragole, penso a quanto abbia tribolato per loro. Hanno superato venti; hanno resistito al gelido inverno sotto la neve e, alla fine, mi hanno regalato questa meravigliosa gioia. E mi hanno insegnato qualcosa. Perché la natura insegna sempre qualcosa, se la si ascolta: che si deve essere pazienti. Non bisogna avere fretta: prima si devono mettere forti e solide radici. Non importa quanto si sia piccoli nella vastità del mondo, basta solo trovarsi un piccolo spazio e costruire decise fondamenta. Certo ci vuole tempo e tanta tanta motivazione e determinazione: oggi un giorno ventoso, domani il gelo della neve possono rovinare le foglie, far appassire i fiori, ma non intaccheranno mai le radici, strette alla madre terra.
Forse sto romanzando un po' troppo, forse anche filosofeggiando e non sempre le cose nella vita vanno a buon fine, proprio come quei giorni in cui il vento infuria e ti sembra che riesca quasi a staccarti da terra, come la casa nel Kansas di Dorothy de "Il mago di Oz", direi a sradicarti, rimanendo nella metafora della pianta.
Lo so. Succede. Ma le fragole non si arrendono. Combattono, resistono e si stringono ancora più forti al terreno. E alla fine, ottengono e regalano i loro frutti... sì, qualcuna anche a uccelli e lucertole curiose!





martedì 28 maggio 2019

AAA CERCARSI PRIMAVERA... DISPERATAMENTE!



Scusate, qualcuno ha per caso visto la primavera? 
Sembra una caccia al ladro. Ci si aggira per le strade, confusi e intontiti, domandandosi "ma che fine ha fatto la primavera?". E poi, qualche saggio risponde: "Inutile, ormai non esistono più le mezze stagioni!". Già... che fine hanno fatto le mezze stagioni?
Qualcuno ha trovato la riposta: non è vero che non esistono più le mezze stagioni; ci sono ancora l'autunno, la primavera, l'inverno e l'estate. Tutto ad aprile.
Forse ha ragione Luciana Littizzetto, quando, con il suo sarcasmo spesso irriverente, pensando a Vivaldi, afferma che se il compositore italiano (1678-1741) fosse vissuto oggi, altro che Le quattro stagioni, i famosi quattro concerti per violino! Avrebbe composto un solo brano, tutt'altro che armonioso e melodico, ma pieno di "strombazzamenti e fischioni e l'avrebbe chiamato tempo di mer...".

E' vero che nelle scorse settimane il tempo ci aveva regalato una parvenza di primavera, ma ad oggi, non so che tempo faccia da voi, almeno qui, sembra che la bella stagione stenti a decollare. Per questo cerco di approfittare di ogni attimo di sole e quando finalmente il sole fa capolino dai nuvoloni neri e minacciosi, mi concedo qualche ora di autentico piacere a Erebor.











Va detto che, scherzi a parte, i cambiamenti climatici sono molto più di una percezione comune e vanno ben oltre il domandarsi se oggi sarà opinabile indossare il cappotto o uscire in infradito. La constatazione che il tempo, rispetto al passato, è cambiato e che le cosiddette mezze stagioni sono sparite, è ormai un dato scientifico.Uno studio condotto dall'università di Monaco, basato sul monitoraggio nell'arco di un trentennio, dal 1971 al 2000, del comportamento di oltre 500 piante e animali in relazione alle variazioni climatiche ha dimostrato che le modificazioni sono evidentissime: non è stato dimostrato soltanto lo sfasamento fra i cicli stagionali e, per esempio, le fioriture o le migrazioni degli uccelli, ma anche l’aumento di casi di anomalie biologiche connesse alle temperature più elevate, effetto del surriscaldamento globale (vi metto in fondo alla pagina la bibliografia delle maggiori ricerche della prof.ssa Annette Menzel, ecoclimatologa dell'università di Monaco).
Il problema è che nell'opinione comune la percezione dei cambiamenti climatici e dei loro effetti resta spesso confinata entro i limiti di un discorso meramente dichiarativo e constatativo, senza alcuno sforzo di domandarsi cosa li stia causando. Solo da poco il mainstream mediatico ha iniziato a parlare di tematiche ecologiche. La protesta della sedicenne  di Stoccolma, Greta Thunberg, che dallo scorso settembre ha iniziato uno sciopero davanti alla sede del parlamento svedese e che si rinnova ogni venerdì, ha dato vita ad un movimento globale, il Friday For Future: Greta rinuncia ad andare a scuola finché non verranno adottare delle serie misure dai paesi, con politiche volte a garantire il futuro e a difendere l'ambiente. Io non credo che non andare a scuola sia la risposta giusta, come non credo che spetti solo alle istituzioni adoperarsi per la protezione e il rispetto dell'ambiente. Sono pienamente d'accordo sul fatto che i governi e gli organismi politici hanno un ruolo molto importante e che la riduzione delle emissioni, le misure legislative e il controllo del rispetto delle norme in materia di salvaguardia ambientale siano alcune delle maggiori voci nella rubrica dei governi, ma credo che a questa protesta si dovrebbe aggiungere, se non altro per darle un senso, l'impegno quotidiano di ciascuno nel rispetto dell'ambiente, nel ridurre il più possibile gli sprechi, nel vivere in modo sano e integrato con la natura. Mi chiedo quanti dei ragazzi, che ogni venerdì per protestare non vanno a scuola, sarebbero disposti ad andare a scuola a piedi, invece che in motorino o sono consapevoli dello spreco immane che c'è dietro una lampada lasciata accesa quando non ne occorre la luce o un rubinetto dell'acqua lasciato scorrere senza che serva. La lista potrebbe continuare forse all'infinito. Per questo credo che una protesta che voglia anche attivare il cambiamento, oltre che pretenderlo dalle istituzioni, debba necessariamente partire dal capire quanto siamo disposti a modificare le nostre cattive abitudini e a riflettere sugli effetti di ogni nostro gesto irresponsabile. E per fare questo, non penso che serva rinunciare agli studi, anzi, la cultura, l'educazione, il senso civico, devono trovare nella scuola (oltre che nella famiglia e nella società nel suo complesso) il perno; allora bisognerebbe battersi perché la scuola sensibilizzi verso le tematiche ecologiche, nella teoria e nella pratica. Inutile parlare di futuro se non è disposti ad agire nel presente.

Ma mezze stagioni a parte, auspico davvero che la natura possa riprendersi ciò che è suo. Io provo a contribuire nel mio piccolo: mi sforzo di rispettare la natura, i suoi tempi, per quanto compromessi dall'uomo e cerco, in quel pezzetto di mondo che è Erebor, di sperimentare semplicità, calma, armonia, energia. O almeno finché non viene a piovere.



Non perdetevi il prossimo post!!!

  • Fu YH, Zhao H, Piao S, Peaucelle M, Peng S, Zhou G, Ciais P, Huang M, Menzel A, Peñuelas J, Song Y, Vitasse Y, Zeng Z, Janssens IA: "Declining global warming effects on the phenology of spring leaf unfolding". Nature. 2015; 526(7571): 104-107 (doi: 10.1038/nature15402).

  • Rosenzweig C, Karoly D, Vicarelli M, Neofotis P, Wu Q, Casassa G, Menzel A, Root TL, Estrella N, Seguin B, Tryjanowski P, Liu C, Rawlins S, Imeson A:  “Attributing physical and biological impacts to anthropogenic climate change”. Nature. 2008; 453: 353-357.

  • Menzel A, Sparks T, Estrella N, Koch E, Aasa A, Ahas R, Alm-Kübler K, Bissolli P, Braslavská O, Briede A, Chmielewski FM, Crepinsek Z, Curnel Y, Dahl Å, Defila C, Donnelly A, Filella Y, Jatczak K, Måge F, Mestre A, Nordli Ø, Peñuelas J, Pirinen P, Remišová V, Scheifinger H, Striz M, Susnik A, van Vliet AJH, Wielgolaski FE, Zach S, Zust A: “European phenological response to climate change matches the warming pattern”. Global Change Biology. 2006; 12: 1969-1976.

  • Walther GR, Post E, Convey P, Menzel A, Parmesan C, Beebee TJC, Fromentin JM, Hoegh-Guldberg O, Bairlein F: “Ecological responses to recent climate change”. Nature. 2002; 416: 389-395.

  • Menzel A, Fabian P: “Growing season extended in Europe”. Nature. 1999; 397: 659.




domenica 12 maggio 2019

QUEL MAZZOLIN DI FIORI

Quel mazzolin di fiori
che vien dalla montagna


Non so quanti di voi conoscano questo canto popolare italiano, ma era facile in tempi di guerra sentire i soldati alpini cantarla. Mi è venuta in mente perché passeggiando per Erebor ho notato una grandissima varietà di fiorellini di campo. Che bella la primavera! certo si è fatta attendere, forse come tutte le cose belle e per cui vale la pena aspettare, ma, come cantava Fabrizio de Andrè: Primavera non bussa, lei entra sicura, come il fumo lei penetra in ogni fessura.















Devo ammettere però che non è facile lasciarsi pervadere da tanta allegra spensieratezza, soprattutto in questo periodo in cui mi sono trovata davvero oberata e le mie passeggiate a Erebor sono state un po' come l'ora d' aria per i carcerati.
Questa è comunque la stagione più bella in cui stare in campagna e se non fossi costretta dai numerosi impegni e dalle serrate scadenze, rimarrei a Erebor a godere dei tramonti ogni giorno, senza stancarmi mai dei colori, dei suoni, dei silenzi della natura.







Coraggio, mi dico, è solo un period(acci)o, ma passerà e potrò godermi un meritato soggiorno a Erebor, insieme ad Africa, che, come la sua padrona, deve resistere all'istinto di passare tutto il giorno a prendere il sole, mentre il cielo si anima di uccelli, l'aria pullula di farfalle e... l'erba cresce e diventa sempre più alta!!! 



Le stagioni corrono! Presto tutto questo verde diventerà giallo e secco, per questo, prima che sopraggiunga giugno bisognerà accordarsi con il contadino perché, come avevo già fatto lo scorso anno, passi il tiller!
Va' bene. Se gli alpini per tirarsi su d'animo cantavano Quel mazzolin di fiori che vien dalla montagna, proverò anche io a cantare: 

Oh no, not I, I will survive
Oh, as long as I know how to love, I know I'll stay alive
I've got all my life to live
And I've got all my love to give and I'll survive
I will survive